Mi chiedo ancora come si faccia a subire il fascino di Londra. Me lo chiedo dall'Italia, prima, dove i sorrisi e la cucina di casa vincono facile. Me lo domando poi sulla navetta che mi porta dalla fusoliera del mio volo alle dogane, per i controlli di rito. Stansted è una piccola località un po' fuori mano: se puntate al suo aeroporto per arrivare in città le prime case e strade che vedrete spuntare dalla nebbia della M1, dai finestrini del bus, dopo una buona quarantina di minuti, saranno quelle dell' east end e del suo squallore moderno. Le tangenziali fasciano i palazzi, i casermoni e gli isolati di Bromley, Bow Road, Stepney Green, stazioni della district line che segnano il passaggio metropolitano. Si attraversano queste zone per arrivare a Liverpool Street, uno dei tanti centri nevralgici ferroviari nonchè atrio della City finanziaria. La tratta per Victoria station, invece, dall'altra parte della città, nel quartiere di Belgravia, poco sopra il Tamigi, presuppone un tour più classico: Baker street, già cuore del centro vittoriano e "casa" di Sherlock Holmes, e poi Marble Arch, Hyde Park corner, a due passi da Grosvenor Square, manco a farlo apposta altra dimora letteraria: lì Oscar Wilde ambientò parte del suo "Marito ideale". Il "passaggio a nord est" finisce invece col tagliare la linea verde, la district, e il suo instancabile percorso che da Upton Park, covo del West Ham (e del suo temibile tifo organizzato) và a morire chilometri più in su, quasi a ridosso dell'Essex, ad Upminster, da dove partono le ultime coincidenze. I primi canali, figli bastardi del fiume acquattati tra i council estates, sono le oasi nel deserto di chi è in cerca di civiltà: manco a farlo apposta con loro spuntano anche le case che albergano in ogni immaginario inglese comune: mattoni rossi e stucchi bianchi, sporchi di fuliggine e nebbia, i due-tre scalini al portone principale, le finestre luride di polvere (perchè tanta ostinazione nel bandire tapparelle e imposte?), le foglie sui viali, la vita che scorre. Bethnal Green accoglie i bus come una madre il proprio figlio, sulla porta: una distesa di Landbroke, case da scommesse, pub un po' retorici (The Hart, O'Neill's, White Lion, Green Lion), Tesco, chioschi di pollo fritto, Burger King. Poi i grattacieli: Royal Bank of Scotland, HSBC, Lloyd's. Un milione di possibilità comunque, anche se disilluse dalla crisi e dal credit crunch. Ma la notte la luce degli uffici è ancora accesa. Meglio di niente, per continuare a crederci.
Saturday, October 31, 2009
Diario di una crisi
Mi chiedo ancora come si faccia a subire il fascino di Londra. Me lo chiedo dall'Italia, prima, dove i sorrisi e la cucina di casa vincono facile. Me lo domando poi sulla navetta che mi porta dalla fusoliera del mio volo alle dogane, per i controlli di rito. Stansted è una piccola località un po' fuori mano: se puntate al suo aeroporto per arrivare in città le prime case e strade che vedrete spuntare dalla nebbia della M1, dai finestrini del bus, dopo una buona quarantina di minuti, saranno quelle dell' east end e del suo squallore moderno. Le tangenziali fasciano i palazzi, i casermoni e gli isolati di Bromley, Bow Road, Stepney Green, stazioni della district line che segnano il passaggio metropolitano. Si attraversano queste zone per arrivare a Liverpool Street, uno dei tanti centri nevralgici ferroviari nonchè atrio della City finanziaria. La tratta per Victoria station, invece, dall'altra parte della città, nel quartiere di Belgravia, poco sopra il Tamigi, presuppone un tour più classico: Baker street, già cuore del centro vittoriano e "casa" di Sherlock Holmes, e poi Marble Arch, Hyde Park corner, a due passi da Grosvenor Square, manco a farlo apposta altra dimora letteraria: lì Oscar Wilde ambientò parte del suo "Marito ideale". Il "passaggio a nord est" finisce invece col tagliare la linea verde, la district, e il suo instancabile percorso che da Upton Park, covo del West Ham (e del suo temibile tifo organizzato) và a morire chilometri più in su, quasi a ridosso dell'Essex, ad Upminster, da dove partono le ultime coincidenze. I primi canali, figli bastardi del fiume acquattati tra i council estates, sono le oasi nel deserto di chi è in cerca di civiltà: manco a farlo apposta con loro spuntano anche le case che albergano in ogni immaginario inglese comune: mattoni rossi e stucchi bianchi, sporchi di fuliggine e nebbia, i due-tre scalini al portone principale, le finestre luride di polvere (perchè tanta ostinazione nel bandire tapparelle e imposte?), le foglie sui viali, la vita che scorre. Bethnal Green accoglie i bus come una madre il proprio figlio, sulla porta: una distesa di Landbroke, case da scommesse, pub un po' retorici (The Hart, O'Neill's, White Lion, Green Lion), Tesco, chioschi di pollo fritto, Burger King. Poi i grattacieli: Royal Bank of Scotland, HSBC, Lloyd's. Un milione di possibilità comunque, anche se disilluse dalla crisi e dal credit crunch. Ma la notte la luce degli uffici è ancora accesa. Meglio di niente, per continuare a crederci.
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