
Rientrare dalla porta dimenticata alle spalle, sbattuta in malo modo senza pensarci troppo, non è mai piacevole. Gli uscieri sulla soglia vestono ghigni beffardi. I modi sono aristocratici ma senza nobiltà. Fuori dal ristorante "Umiltà" ricevono gli ospiti, tutte facce note, assicurando che ci sia sempre posto per tutti.
Con l'età il peso degli errori si fa determinante, reclama spazio (che spesso ottiene), fino a ottenere il controllo quasi esclusivo su logica e ragione, cui è dato il compito di pianificare le scelte future. Parallelamente, la percezione della nostra esistenza si fa più pratica, ricordandosi di "quegli" errori un minuto prima degli scrutini: ecco allora che la ragazza lasciata la vigilia di Natale scorsa o quella cui si è risposto male una volta per tutte diventano occasioni perdute di vita. Il lavoro piantato lì su due piedi, opprimente tomba di aspirazioni, si fa d'un tratto una miniera di opportunità o, quantomeno, un sicuro porto d'approdo. Se è vero che il valore di certi uomini (se non tutti) si misura dalla consistenza delle loro azioni, o in termini più spicci dai risultati ottenuti, giunge il momento in cui la stessa disciplina ricade su noi stessi. Si chiama vecchiaia e fa schifo.

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