Thursday, December 10, 2009

La grande truffa del drag and drop



Chiunque abbia inventato il calendario bicolore e' un genio. Il nero sta per i giorni feriali, il rosso per quelli festivi. Il margine di errore nella ricerca di una ricorrenza, civile o cristiana che sia, si riduce di parecchio, finendo col riguardare solo i daltonici.

Londra non dovrebbe fare a storia a se', il sistema e' universale, eppure durante le ultime tre lezioni la sensazione che qualcuno alla LSJ si sia portato avanti coi bagagli e abbia cominciato ad armeggiare anzitempo con il navigatore satellitare ha preso piede. D'altra parte servono intere settimane per ammaestrare a dovere un GSM anglofono che non ne vuole proprio saperne di sillabare correttamente Gstaad o altre ostiche localita' svizzere.

Alle allegre burattinate di Carty ed Evans si e' aggiunto il fascino color pastello di Gary Moskowitz, un passato come free lance per il Los Angeles Times e il San Francisco Chronicle, un presente da corrispondente londinese per Globespotters, blog itinerante
del New York Times e per Intelligent Life, magazine di lifestyle abbinato all'Economist.

Il programma ripercorre il calvario desolato di Internet research di Peter Carty. La poverta' di contenuti e il rischio di "perdere" la classe fanno capolino dietro ogni angolo, minuto dopo minuto, ogniqualvolta Moscowitz chieda se ci siano dubbi o domande, al ritmo di 4 o 5 volte ogni mezz'ora. Come un Funari qualsiasi che lascia parlare il pubblico quanno je fanno male i piedi e se deve riposa'.

Le ore scorrono fluide come la marmellata sulla carta vetro, anche se e' ingiusto non riconoscere alla new entry il merito di aver indirettamente migliorato questo blog suggerendo al sottoscritto, Bertoldo della tecnologia, come sviluppare gli hyperlink sul testo html del post che state leggendo. Un passaggio prezioso che, a dir la verita', viene spiegato in lungo e in largo da qualsiasi blog, sito web o forum sull'argomento.

Tremilanovecentocinquanta pound per sei mesi sono £1,975 a trimestre, che suddivisi per 48 lezioni a trimestre fa poco piu' di 41 pound a lezione. In pratica poco meno di un biglietto in curva per vedere il Chelsea a Stamford Bridge. Con la piccola differenza che il Chelsea gioca 90 minuti, Moscowitz ne gioca 5 per poi palleggiare a bordocampo i restanti 245, illuminato dai riflessi di una Los Angeles e una San Francisco che il pubblico vede solo dagli schermi.

Wednesday, December 9, 2009

Professionisti Seri(f)


Questione di trattini. I biografi riescono a riempirli di vite ed esistenze. Pensateci: John Lennon, 1940 - 1980, tutto dai Beatles al bed-in in quel segno "meno". I subeditor invece ne fanno una questione di stile. In Inghilterra i subeditor rabberciano, reincollano, reimpastano i pezzi dei free lance, dei redattori o dei giornalisti prima della messa in pagina, occupandosi di scegliere titolo, sottotitolo e quant'altro. In Italia, quanto meno nei giornali locali, si specializzano nel prenderti a male parole al telefono un minuto dopo aver aperto l' email contenente il pezzo, condendo il tutto con qualche sano moccolo. Paese che vai... .

Succede che nelle prime due ore di "Subediting 2" l'insigne professor Gavin Evans (The Guardian, Men's Health, diversi libri all'attivo sul mondo della boxe) accompagni per mano gli studenti per i viottoli del dubbio amletico "Serif o Sans Serif?". Per chi non sa di che sto parlando, Serif e Sans Serif sono due diversi stili di carattere, comunemente inseriti nel pacchetto font di qualsiasi programma di scrittura multimediale, tanto in Microsoft Word come in Open Office. Secondo il Vangelo di Evans i due divergono per il vezzoso uso dei trattini giustapposti ai lati di "T", "M" "N" e cosi' via. Serif, vanesio, agli orpelli ci tiene, facendo bella mostra di se' dal masthead (l'intestazione...) del Daily Telegraph, di Repubblica e dei giornali piu' tradizionali. Tutto il contrario del rigido e pragmatico Sans Serif, che di coprirsi le spalle di mostrine non ci pensa nemmeno. D'altra parte e' il carattere dell'intestazione di Metro, la freepress piu' diffusa in tutta Londra, disponibile presso qualsiasi stazione della Tube e immediatamente riconoscibile per il carattere diretto dei contenuti (X Factor, squartamenti e conto alla rovescia per la fine del mondo) avvolti in un comodo cartoccio mini tabloid. Insomma, 45 minuti cosi', dopo i preamboli da "Ieri, oggi e domani" sulle prime pagine di 150 anni fa, di oggi e, chissa', del web di domani. Quando ci si diverte il tempo e' talmente tiranno che verrebbe voglia di chiedere i danni in segreteria.

Sunday, December 6, 2009

Flauti amari



Gli Inti Illimani a una manifestazione di protesta portano sfiga. Come una telecronaca di Bruno Pizzul a una semifinale dei Mondiali. Semplicemente, mandano tutto a ramengo nonostante scongiuri e segni della croce. Colpa dei sandali e del patchouli, dello spacciarsi Che Guevara pur essendo hippie all'acqua di rose, stile Rugge' di Un Sacco Bello. Non stupisce quindi che proprio durante il set di Stefano Barone, cantautore strumentale stiliticamente imparentato ai cileni, tutto flauto e niente arrosto, su molte facce dei 350 manifestanti del No B day londinese compaiano delle ombre. Un'ansia blu profondo, a tratti viola, come le bandiere e le felpe che colorano la folla. E di colpo dei 300 manifestanti circa ne rimangono poco piu' di 200. Il centinaio scomparso poi torna a esecuzione finita. Ma applicare la proprieta' dissociativa non serve a salvare la festa: 200 e un centinaio non fanno comunque mille, ne' diecimila ne' un milione. Duecento e un centinaio fanno 300. Trecento desolati manifestanti che, per quanto accaldati (nonostante la pioggia generosa di questa brutta citta') non fanno massa e non creano problemi, salvo qualche colpo di sonno ai 2 - 3 bobbies tutt'intorno. Sono giovani, rabbiosi, la schiuma alla bocca. Si sospetta che il loro premier sia colluso con la mafia. Di certo ha dimostrato di essere imbelle al codice d'onore (di Stato, questa volta) rinunciando al rispetto per Falcone, Borsellino, Chinnici, Dalla Chiesa e i tanti sacrificati sull'altare della Repubblica Italiana. Cosa grossa. E i ragazzi s'incazzano. Ma la loro voce, nel cuore freddo e umidiccio di Belgravia Square, tra Eaton Place sede del Consolato Italiano e la zona di Sloane Square tutta teatri e vetrinette, non giunge al cielo non solo per la scarsa spinta "di numero" ma anche perche' prigioniera di un dialetto polveroso e desueto. Gia', perche' oltre a Barone e le suggestioni da Nueva canciòn chilena fanno capolino anche i Giganti. Come si puo' incendiare una folla citando i Giganti (band italiana risalente al tardo Cretaceo) e il loro "Terra in Bocca", uscito nei primi '70 e mandato subito a dormire coi pesci dalla censura della RAI? Un disco impegnato, un grido di denuncia contro la gestione del territorio siciliano da parte della mafia, e per questo, come naturale che fosse, caricato col silenziatore dalla radio e televisione di stato. Ricordo doveroso, per carita'. Ma perche' lavorare di fossili e pennello? Perche' fare gli archeologi a tutti i costi? Che ne sanno i ragazzi di 20 anni dei Giganti, di cui mia madre stessa ricorda a malapena qualche titolo? Perche' non rilanciare un Battiato, molto apprezzato dai fuori corso in filosofia, o una Carmen Consoli, che con il suo cantautorato all'aroma di agrumi ha svelato a tutta Italia il lato rock di una citta', Catania, che rimane uno spot vivente all'isola con la sua universita' e la vita culturale?
Leggo che dopo la disfatta de "La terra in bocca" I Giganti si sciolsero. Artisticamente defunti. Roba da toccarsi le balle, anziche' romperle al prossimo.

Thursday, December 3, 2009

CC..Cheers!

L'ultima recensione valutata con una "A" alla LSJ da Tim Bouquet



Do you remember 1970's American TV show Alice? Have you ever fancied to have a brunch in a sort of modern Cheers-alike bar being waited on by the likes of Laverne & Shirley?

Well, if you ever had such a fantasy it probably means you should be examined by a Freudian nutritionist. But it also means you can pick Londsdale Rd. CC's for your next hunger attack.
As I enter the cafe, ushered by the sweetest just baked pear pie perfume a human being can produce out of a Hoover oven, Eva, one of the two Spanish waitresses at work (basically, the one who's not at the oven) nicely suggests me to grab a seat and take the weight off my feet. I sit at one of the three wooden tables filling the left side of the room, while Anthony, who takes part in the business, is busy giving a second white coat to the walls behind the counter. Yes, you got it: it's 9 AM and it's just the four of us, despite half of Queen's Park is coping with the most common withdrawal symptoms of the morning: the lack of coffee. But it doesn't have to sound strange, since CC's, after being opened in May, is still a fairly recent venue in the area. And, as far as I've seen, this peculiarity seems to give CC's an edge. This is what makes of CC's a warm place, a bar where you can sip your coffee and have a chat with Eva, Anthony and...the oven girl.
Most of the spare space is occupied by a couple of varnished tables to support the richest banquet a breakfast buffet can offer: apart from the pear pie (which is going to take at least an hour to be eaten), the cake selection includes also a lemon and a apple pie, both sugar glossed and both at £1.50 per piece, at the same price of a black coffee. If you're feeling like having a salty break, sausages and garlic parsley garnished chicken wigs are available at £1 each. The rest of the menu includes salad and any kind of vegetable to be added as side dish.

CC's 19 Lonsdale Road,
Queens Park
London
NW6 6RA
tel.: 02073721232

Wednesday, December 2, 2009

Il generale Carty

Lucia lavora 4 giorni a settimana in un ristorante dalle parti di Liverpool Street. Per stare dietro agli assignment e ai tutorial della LSJ s'e' fatta ridurre i turni: complice l'inverno che accorcia le giornate, il gelo e il Natale incombente, il suo manager decide di anticipare i preparativi per l'ora di cena, pretendendo il massimo dell'impegno da parte di tutti. Il che significa precisione, efficienza e puntualita' impeccabile. Ecco perche' alle 16.05 Lucia e' costretta suo malgrado ad abbandonare in punta di piedi la lezione di Peter Carty, pena una strigliata sul posto di lavoro. A quel punto il professore non trattiene lo sdegno mitragliando la sventurata di ironici "Thank you" tali da spingerla verso la porta quanto prima e permettergli di continuare la sua lezione. Al generale non serve smontarsi piu' di tanto per biasimare l'accaduto: meglio usare la sottile tattica dei silenzi di ghiaccio, meglio ancora se amplificati dalla desolazione di una classe in fin di vita, in un lento pomeriggio uggioso di agonia a Maida Vale.

Ma qual era l'argomento di punta della lecture? "Internet research", le ricerche sul web. Due ore abbondanti di dissertazioni scandite da interrogativi quali "Cos'e' un podcast?", "Cos'e' un URL?", "Cos'e' una wiki?". Perfetti nel caso di un corso sui primi rudimenti di informatica, meno se usati a uso e consumo di una classe di giornalismo. D'altra parte occorre conoscere la tecnologia per avere qualche possibilita' in un settore dove la carta si assottiglia giorno per giorno e il web detta le priorita' della nuova informazione, e infatti Carty si prodiga a ricordare che "familiarizzare con il concetto di podcast sara' sempre piu' importante per dei giornalisti a contatto con i nuovi media, visto che la maggior parte delle professioni del campo, nei prossimi anni, prendera' forma on line". Di passare all'azione, pero', e spendere un quarto d'ora di orologio a spiegare i contenuti pratici di un podcast manco a parlarne, tanto meno spingersi a dare due dritte su come crearne uno: meglio, per il prof. Carty, continuare a indagare sulla natura del cosmo telematico, alla sezione "le costellazioni dei domini". Da oggi potremo gonfiare il petto con gli amici al pub sapendo che, se non vado errato, .com sta per "attivita' commerciale", .gov "file governativo", .org "organizzazione" e .net "network". E ancora una volta di esplicitare a dei Bertoldo come il sottoscritto le differenze sostanziali tra l'una, l'altra e quell'altra sigla manco per idea. A meno di un'ora dall'inizio della lezione, quindi, intorno alle 15, i rudimenti gia' di per se' clandestini nelle acque della LSJ cominciano a scricchiolare facendo temere il peggio per la bagnarola pedagogica di Carty. La quale, col passare dei minuti, rischia seriamente di affondare e raggiungere tra gli abissi l'attenzione di noi 14 studentelli. Meglio ricorrere ai ripari: massi' 15.15 e un bel break per tutti quanti. Allungato di 5 minuti, per perdere tempo, tipo supplementari di calcio.
Dopo il break tutti in classe a sforbiciare(a biro) alcuni articoli da destinare a un'ipotetica versione on-line del Daily Telegraph, Guardian, Times etc etc. Tra questi non poteva mancare un pregevole del Carty nazionale datato 1999 (il che mi fa pensare: se il Professore vendesse alimentari sarebbe saggio fidarsi delle date di scadenza?).

Dopo la dipartita di Lucia, Carty avverte la fatica. Gli ultimi 25 minuti di lezione decide di impostarli secondo un' inflessibile tabella di marcia: 1) tavola rotonda di critica sul blog Boing Boing, a quanto pare molto popolare lungo la east coast degli USA, 2) cinque minuti di duro cimento nella stesura di "twits" (lett.: "cinguettii", nel linguaggio comune del social network Twitter si tratta di opinioni personali di non piu' di 140 caratteri spazi inclusi), 3) cinque minuti di chiacchiere varie su Internet e i nuovi media e il perche' Murdoch dovrebbe far pagare per i contenuti editoriali delle sue testate 4) sipario, titoli di coda, bye bye and hope to see you again.

Nota a margine: la lezione del pomeriggio e' solo la seconda parte dell' avvincente viaggio della ricerca telematica. La tetra odissea comincia alle 10.30 di mattina con l'avvincente quanto prevedibile "Internet introduction". In pratica due ore preliminari sui sistemi piu' avanzati per la ricerca di documenti e file su Google. Due ore di istruzioni per il corretto uso di un motore di ricerca. I temi caldi: l'uso dell'asterisco, quello delle virgolette invertite, dell'OR per evidenziare tutte le risultanze relative a due soli termini di ricerca, del + per aggiungere materiale, del - per toglierne. Questione di carisma, insomma. Quello di John Keating spingeva gli alunni ad alzarsi sui banchi e declamare Walt Whitman, quello di Carty li invita a prendere la porta e maledirsi per avergli dato i propri soldi.

Monday, November 30, 2009

"A" come Autstending


Qui sotto riporto la review e il feature entrambi valutati con una "A" da parte di Tim Bouquet nell'ultimo tutorial individuale, London School of Journalism.

Them Crooked Vultures

'Them Crooked Vultures'

Sony Bmg, 2009

Rate: 5/10

Old habits die hard, unfortunately.

Them Crooked Vultures' punchy debut album could be the rescue centre for any rock 'n roll veteran lost in the current Jedward twins ruled pop world .

Old patterns ring again in a military march as the band is clearly a 1960's rock oriented supergroup including Led Zeppelin John Paul Jones on bass, Nirvana drummer and Foo Fighers front singer Dave Grohl on drums and Queens of the Stone Age Josh Homme on guitar and vocals.

But unfortunately there's more. Let's just say that if you haven't come up yet with a Christmas present idea for your allergic-to-changes grandpa, who's still regretting the flavours of London's 1966 Marquee Club scene, well, this album might be the obvious answer to all your problems.

Being the eldest of the crew, Jones plays the 'admiral' lighting the way to his
young fellows with his stubborn cliches. And the result is clear: however solid it can sound, this album turns out to be a boring 13-tracks one way flight to 'Monotonyville'.

Track 5 Scumbag Blues is basically a robbery from Cream heydays reshuffled with White Stripes electricity, while, in a clumsy fair trade attempt, track 3 New Fang steals as much as it can from Deep Purple vocals the way a young offender could do with booze in an empty off licence, at night.

It might not be the most exciting Christmas to be remembered this year, but be honest: who's to blame for asking grumpy grandpa over on Christmas Eve?




THE FEATURE

Cyprus Street rage on fire as “moral killer” Brandon is coming home.

Cyprus Street residents reacted badly yesterday as they knew the grandson of murdered Pauline Adams is moving to her flat by January.



The youth, whose name is Brandon, is 15 years old and is well known by local community as a “troublemaker”. Local residents deemed him as “moral killer”of her grandma Pauline Adams, 57, and of Pauline's granddaughter Shannen Vickers, of 17, since the murder was provoked as a revenge on Pauline and Shannen for a Brandon's unpaid “weed” debt of £15, back in February.

Pauline and Shannen's flat in Cyprus Street Malmesbury House was set ablaze by Jake Sheehan, 20, and Dave Philip, 19 on the a Saturday night, last February 22. The thugs were found guilty of double murder last November 3 and jailed for life yesterday morning at the Old Bailey.

Now, free from any judiciary involvement, Brandon is going to take over grandma Pauline’s council flat, after being reassigned to a temporary accommodation by local Southern Housing Group.

“I'm very upset about this decision and I'm ready to stand up to Southern Housing Group in case of further troubles. “ – said Dan, 40 years old, who lives at the sixth floor of Malmesbury House, just a floor above
Pauline’s flat – “Brandon used to hang around with local gangs. He’s off the wall, the kind of guy ready to stand across the street yelling and making noise, preventing cars to park in the alley, just for kicks. He was
in the Territory Army” – added Dan – “and he was pushed out for his outrageous behavior”.

“I felt disgusted and enraged as I knew the whole story” – said Jackie Lawrance, from 6 Baldon House – “Everyone knows how it happened”. “I was on holiday when I first heard from Pauline’s death,” – said Ola, 38, from Tythirtow House, in the nearby – “but I also have to say that if you don’t want to have problems
you should manage to stay out of troubles.

What happened couldn’t be avoided, and the whole community has to live with it”.
Quizzed about local safety policies, a Southern Housing Group spokesman said: “We have a comprehensive anti-social behavior strategy in place. Our residents are encouraged to report their concerns immediately, and we will take appropriate action working effectively with other partner agencies including the Police and
the Local Authority. The Group is committed to creating safe communities for our residents, their families and visitors, and to responding to issues including anti-social behavior or the fear of crime.“

However, despite turning the whole community down, the news didn’t seem to hit much the rest of Bethnal Green nearby. Some Camel pub customers in Sugar Loaf Walk said they didn’t hear anything about the court case developing in the last days and Bethnal Green Road photographer Sean Pines confessed:

“I’m totally shocked by it. Unfortunately I didn’t hear much both of the news back in February and the following up. But I’m not surprised – he added – since the whole east end is bad known for violence."

Saturday, November 28, 2009

Us and them - Gli inglesi, il clima, l'abbigliamento


Gli anglosassoni non ci assomigliano, o ci somigliano poco. Stare a Londra da 3 mesi (e 10 giorni) e frequentare una scuola aperta al mondo porta a capirne un po' di piu' dei nostri colleghi internazionali. La LSJ e' una finestra sul mondo. Per la fine di settembre al numero 126 di Shirland Rd. sono arrivati studenti da un po' dappertutto: Katie se l'e' fatta dal Nord Carolina (o Sud Carolina, una delle due), Louise dall'Australia, Alexandra porta un cognome polacco ormai sciacquato dalla risacca del Tamigi. E per quanto "stranieri" tra loro, le maggiori differenze di stile e attitudine appaiono lampanti, manco a dirlo, di fronte a quelle di noi italiani. Guai pero' a pensare che si stia qui a scrivere la solita autocommiserazione tra il piagnucoloso e il sentimentale alla "noi popolo dal cuore grande": semplicemente, sara' per la mia prospettiva da italiano, nel caso degli studenti americani, inglesi e canadesi i dettagli sembrano quasi sempre amalgamarsi tra loro fino a disperdersi nel mare "eorum" dei tratti distintivi. Salvo poi rispuntare con particolare vivacita' di fronte ai nostri.

Cominciamo dalla resistenza alle intemperie. A quanto pare gli anglosassoni sono stati dotati da Dio in persona di poteri speciali contro ogni morsa del gelo. Fatevi un giro in un off licence, in un Tesco Metro o Sainsbury's Local (i supermercati piu' diffusi) tra le 17 e le 19 di un sabato piovoso e 90 su 100 vi imbatterete in qualche ragazzotto sul metro e novanta in bermuda e maglietta. To', al massimo un hoodie in cotone(felpa col cappuccio) sensualmente slacciato sul petto. True machos. Giusto per capirci, il sottoscritto, in netto contrasto con la gestione del riscaldamento domestico qui a Queen's Park, va a dormire in felpa, maglietta, doppio strato di pantaloni del pigiama e, massi', pure i calzini, tenendo accesa la stufetta De Longhi (e' proprio il caso di dirlo: W l'Italia!) fino a che il piumone non si scongela. Nabbbellezz'. C'e' chi come Joe viene a lezione con un cardigan grigio alla Morrissey e canottiera (!!!!) infischiandosene delle sberle del vento (fuori) e degli spifferi carogne (dentro). Una settimana fa, poco fuori la Patisserie Valerie, lungo Long Acre, tra Covent Garden e l'inizio di Holborn, ricordo ancora un tizio in canottiera fare bella mostra di se' sul lungoviale.

La gestione dell'emergenza freddo invita a una riflessione sull' abbigliamento. Londra, a dirla tutta, non e' una lastra di ghiaccio d'inverno cosi' come non e' un forno d'estate. Grazie alle correnti atlantiche l'Inghilterra gode di un clima tutto sommato temperato: estati fresche e piovose, inverni freddi ma quasi sempre senza neve. Ecco perche' gli inglesi non ci pensano troppo e decidono di vestirsi a caso e apertamente male, senza la minima decenza verso i dettagli. Come spiegare altrimenti la mise di Mr. Andrew Knight, il quale, pur essendo un professore di diritto dei media alla LSJ vagamente rassomigliante a Sean Connery, sceglie di abbinare alla propria giacca blu navy e camicia rosa pesco un giubbino sportivo dell'Adidas (!!) in stile Alex Ferguson? Se ne evince che gli inglesi non hanno tempo per i fronzoli. Se le loro abitudini estetiche possono essere accostate a quelle alimentari (di base c'e' lo stesso incrocio di pressapochismo, scarso senso della cultura e amore per le offerte speciali) va detto a loro vantaggio che i negozi non chiudono la bellezza di 2 ore, dalle 12 alle 14, per pranzo e siesta come accade in Italia e Spagna. Il lavoro viene prima, sul serio, con buona pace del copyright leghista. Come sempre approcciarsi a una nuova prospettiva significa poi discutere la propria. Se e' vero che gli inglesi "non hanno stile" e' altrettanto vero che l'italiano a Londra finisce con lo stonare. Lo si riconosce in quanto turista e in quanto tale testimonial involontario di almeno una decina di marchi, ovviamente internazionali. Mancassero i marchi, rimangono comunque i tratti tipici: in estate o primavera, occhiali da sole anche in metropolitana, jeans stretti a evidenziare il sedere dalla cui tasca posteriore un portafoglio gonfio in cuoio fa "ciao" a scippatori e malandrini. Col senno di poi, nonostante la perizia e la cultura tutta nostra dietro a ogni risvolto, ogni stoffa, ogni taglio e ogni colletto di camicia, lembo di cravatta o tacco di scarpa, certo impegno rischia col far sorridere. Certo, la robba italiana va forte e rimane sinonimo di eleganza, ma in certi casi, se osservati con occhi londinesi di gente che non ha mai tempo di fare niente, tutti gli sforzi sacrificati a favore dell'estetica rischiano di apparire ridicoli. Come lo sarebbe impomatarsi i capelli per stare in casa, o farsi la barba prima di andare a dormire. In ogni caso, strani loro, strani noi. Possa qualcuno spiegarmi un giorno o l'altro perche' quelli in giacca e mocassini siamo noi ma quelli "dannatamente cool" pur in stracci sintetici e Converse bucate finiscono con l'essere loro.

Thursday, November 26, 2009

Il peggio della provincia inglese

Peter Carty e' di Birmingham. Me lo spiega Matthew King, uno dei compagni della LSJ, che abita a pochi passi (in metrature londinesi) da Queen's Park, nel cuore del nord est di Londra. "Sta tutto nel suono cupo delle vocali chiuse - dice - che si avverte molto bene in termini come 'drool', che diventa 'druuuul' e cosi' via". Un suono nero che avvinghia e trascina giu' nel baratro come solo la provincia inglese riesce a fare. Ecco perche' Peter Carty e' il professore piu' uncool di tutta la LSJ, con il suo caschetto alla Zazzaroni, lo sguardo annebbiato e deviato da un leggero strabismo(alla Hugh Grant o Liam Gallagher, se li guardate bene), i muscoli facciali tesi dalla rigidita' dell'etichetta, a doppio effetto nel suo caso, in quanto anglosassone e in quanto insegnante, contribuendo a disegnargli addosso espressioni disgustose. Triste la figura, tetri gli stracci che si porta appresso. Jeans neri 501 di un paio di taglie in piu' a cancellare ogni linea del corpo, maglione, nero anch'esso e forse di lana, che nasconde una camicia di un bianco spento, pallida per i troppi lavaggi a freddo in macchine economiche senza conoscere mai il sole di certi cortili d'estate. Dicono che i cani assorbono a tal punto le caratteristiche dei propri padroni da viverne sofferenze e angosce. Se l'abbigliamento e' una sorta di specchio del proprio male di vivere la depressione di Carty e' color camerini di Marks and Spencer. Contrariamente a quanto verrebbe naturale pensare ha pero' scritto anche di temi variopinti come il giornalismo da viaggio prima di dedicarsi a un'attivita' piu' consona: reporting finanziario ed economico. Sono fuggito verso la scrittura perche' non sopportavo i numeri, e ora eccoli di nuovo grazie al ragionier Carty.

Tuesday, November 24, 2009

Giornalisti

All'ennesimo "Ma'taw", Marta decide di averne le scatole piene. Non sopporta l'istrionismo di un professore troppo sopra le righe da rimanere tra i confini della pura accademia. Troppo buffone e alla spasmodica ricerca della battuta a effetto. Un Rui Costa della pedagogia, insomma, irritante quando non apertamente rude e sgarbato per la compulsiva mania di mettersi al centro dell'attenzione. Tradotto: a Marta manca il fidanzato e i mispelling del suo nome ne fanno la proverbiale goccia. Per quanto mi riguarda credo di aver adorato Ross Biddiscombe "from the very first moment" in cui e' comparso in classe. Cronista trentennale in continuo movimento, surfer instancabile, dall'alto del suo metro e 90, giornalista sportivo consumato figlio del reporting piu' incalzante in circolazione. Quella che molti scambiano per maleducazione non e' altro che la forma di humor inglese piu' dissacrante. "Ragazzi il giornalismo e' semplice: c'e' una deadline e un numero di parole da raggiungere. E fatto quello, se quanto scritto ha senso passa in secondo piano". Gli italiani sono innamorati della vita perche' abituati al rito patriarcale del pranzo da 4 o 5 portate, al caffe' e ai formaggi, al dolce e al dessert e, "in a wider sense", in senso lato cioe', al prendersela comoda. La crisi sta flagellando il culo londinese marchiandolo a strisce, ma nessuno si lamenta. Semplicemente, ci si rialza e si cerca un'altro lavoro. E a non trovarlo, si finisce col crearselo. Amore per la vita e' anche questo. Ross e la maggior parte degli altri giornalisti della LSJ incarnano l'essenza di questo modo di fare. Free lance (quotati) tra la scelta e la necessita', non ritirano la mano quando si tratta di affrontare lo spinoso tema dell'employment. "Ragazzi, lavori non ce ne sono. Tornate tra un paio di anni" strilla Lorna V, apprezzata free-lancer, una vita tra i tabloid nazionali dall'Express al Daily Mail con qualche punta a Time Out. "Il 70% dei jobs la fuori sta tra il giornalismo finanziario e quello commerciale - recita compito Peter Carty - e la ripresa economica partira' dal web. Ragazzi, qualsiasi lavoro vi capiti, prendetelo (just take it)". Dove l'Italia si rassegna e vede limiti, l'UK investe in opportunita'. Ok, ok, la crisi e'ancora di matrice anglosassone: chi rompe paga e i cocci sono suoi. Ma l'ironia e l'umorismo inglese sono un modo (ancora "in a wider sense") per ricordarsi chi si e'e per non crogiolarsi nel dolore. L'umorismo di Biddiscombe non e'affatto irrispettoso. Potra' "mispellare" il tuo nome ma almeno si sforza di ricordarlo. Quanti altri professori universitari possono dire lo stesso?

Sunday, November 22, 2009

Indiani brava gente


Francis Quirke ha le idee chiare su cio' che sta succedendo a Londra. La crisi, per lui, 20 anni di lavoro alla John Murphy come carpentiere e ora "cottimista" della muratura, e' una conseguenza del modo tutto inglese di non saper aspettare il domani, dell'incapacita' di pianificare un progetto a lunga scadenza, del darsi anima e corpo al "Perception is reality", l'apparenza e' tutto. "Passi per Streatham (tra Brixton e Clapham), Balham - dice - attraversi il fiume, vai su per Fulham e Hammersmith e tutto quello che vedi sono grandi case con big SUV sistemati nei vialetti". Brescia e Londra non sono poi cosi' lontane, mi viene da pensare. "LA gente non vede il domani, non ha quella cultura risparmiosa degli irlandesi e degli italiani, cosi' legati alla famiglia, che ha permesso alla gente povera di perdere tanto ma non tutto e di assicurarsi almeno gli 'steady assets', i beni immobili e duraturi. Per carita', niente generalizzazioni: gli inglesi sono diversi e si prestano a reazioni opposte di fronte ai tempi grami, ma tutto cio' che circonda i quartieri poshy e' illusione, immagine, scenografie da cinema". La crisi delle primary schools londinesi, costrette a fare i conti con una domanda eccessiva a fronte dell'effettiva disponibilita', e' un altro segnale dei tempi che cambiano. "Un tempo le primary school le avrebbe schifate anche l'ultimo degli arrivati. Ora con la crisi succede che le famiglie vendono le proprieta' per coprire i mutui, scegliendo di spostarsi in qualche posto meno costoso per cercare di sopravvivere alla meno peggio. Questo - continua Quirke - incide sulla scelta delle scuole, visto che le famiglie rimangono in citta' e non si spostano piu'in zona 3 o 4". Il paradiso dei sobborghi e' finito.

Muhammad Shafi e' un furetto piccolo e minuto, emigrato dall'India 31 anni fa. Sta a Whitechapel, lavora a Mile End sotto padrone in un negozio di computer. Prende ordini ma gode anche di una certa autonomia, visto che media con i fornitori, assume personale e si prende responsabilita' in prima persona. Lui e il suo "brotha" (ibrida figura tra il parente e l'amico) controllano piu' di 400 stanze da Aldgate East a Plainstow, nel cuore di quello che Londra era alla meta' dell'800, il muscolo commerciale della citta', il ponte verso una nuova vita per polacchi, irlandesi, tedeschi, italiani, ebrei, irlandesi. E ora per indiani, musulmani di varia natura, pakistani, afghani. L'appartamento di Fordham Street, ormai lasciato alle spalle con il suo corredo di strepiti, scatarrate e spari nel cuore della notte, era ben lontano dall'essere accettabile. Constava di muffa nella vasca, topi sguscianti tra le tubature (a cielo aperto) della cucina, complici le briciole lasciate in bella evidenza dai pasti precedenti, cassetti squassati da potenza inaudita. Una truffa da 1006 pound al mese, tripartiti in altrettante stanze. Internet col contagocce, negli ultimi giorni. Scappare, darsi alla fuga l'unica soluzione. Shafi non ha tempo di sostituire il materasso della mia coninquilina perche' lui e il suo brotha devono dare un'occhiata a una nuova proprieta' in zona. Comprano camicie da 4 soldi, vivono in appartamenti non molto diversi da quelli che mettono in affitto, ma sono i nuovi ricchi. A passi felpati, senza dare nell'occhio, comprano e non spendono.

"Guarda alla gente nei teatri. Inglesi al 100%. Quelli spendono, indiani e asiatici no. Mai se non per le strette necessita'" la dura disamina di Quirke. "Ecco perche' c'e' scarso feeling tra inglesi e asiatici. Per questa loro natura poco incline alla spesa. Comprano, ma non spendono".

Friday, November 20, 2009

Reality Bites in Voss Street


Talented Sean Pines’ Portraits is a vivid mix of current images taken from the ordinary life in the East End.
You might think of Bruce Springsteen’s first magazine covers, back in the 1970’s, or take a leap into a 1960’s John Cassavetes’ freeze frame to catch such a snapshot effect, as Pines’ clear aim is to portray common people in their ordinary lives. Renowned landlords and old established restaurateurs from the nearby play their role, acting naturally. Nevio Pellicci, from the 1940’s style Pellicci Cafe in Bethnal Green Road, strikes a strict pose gazing the camera sporting his self confidence as one of the most respected local cafe managers. Two kitchen porters stand behind him, adding a threatening tone to the shot, named “Pellicci boys”. But the whole “gangster-clichè taste” fades away as the next picture portrays Maria Pellicci with a violin case: it contains a sfilatino sandwich instead of a more “predictable” machine gun. That’s only a example of the pop art touch you can find visiting Portraits. When you get in, meet Roger & Fossie from The Nags Head pub in Walthamstow; they tenderly sit hand in hand under an impressive vintage Jimi Hendrix poster for there’s no need to add a “we’ve been working here since Jimi’s heydays” caption below their faces. Don’t wait too long to get your chance to visit it: closing day, October 30.

Address: 320 Bethnal Green Road (entrance via Voss st.), London E2 0AG
Transport: Bethnal Green

Saturday, November 7, 2009

Fa bruciare nonna e sorella nella casa che a gennaio erediterà.


Chissà se il prossimo gennaio Brandon proverà almeno un po’ di rimorso varcando la soglia dell’appartamento di Cyprus Street, nel council estate che di nome fa Malmesbury. A quel punto sarà passato quasi un anno – 11 mesi per l’esattezza – da quello scellerato sabato sera di febbraio in cui nonna Pauline Adams, 57 anni, e la sorella Shannen Vickers, di appena 17, soffocarono tra i fumi di un incendio doloso. Già perché si può anche morire per 15 sterline nell’ East end di Londra. Si può agonizzare nel proprio monolocale, nella notte lenta e sopita, perché tuo fratello Brandon di 15 anni fuma erba e lascia debiti in giro, specie tra i balordi della zona. I quali per 15 pound in sospeso non si fanno scrupoli ad armarsi di petrolio, farsi 5 piani di scale e “fare il pieno” alla porta di casa Vickers, facendo scorrere i carburante dalla buca delle lettere, convinti che chiuso dentro ci sia il loro parassita e non due povere innocenti.

Lo scorso 2 Novembre il giudice Richard Hawkins dell’Old Bailey di Londra ha ritenuto colpevoli di duplice omicidio Jake Sheehan, 20 anni di Bethnal Green e Dave Phillips, 19 anni di Bow, condannandoli entrambi all’ergastolo. L’Evening Standard ne ha ripreso i particolari il giorno 6. Tra due mesi Brandon, che in zona è conosciuto come un “troublemaker”, ragazzo problematico e rissoso, tornerà a casa insieme a una seconda sorella dopo un periodo trascorso in un alloggio temporaneo. I ponteggi al sole ne segnalano l’imminente arrivo: tutto sarà messo a nuovo prima di gennaio, anche se a questo punto la comunità di Cyprus Street, che comprende gli inquilini dei condomini Malmesbury, Tythirtow e Baldon, è pronta a farsi sentire dal Southern Housing Group (l’equivalente del vecchio IACP in Italia) spingendo per il definitivo allontanamento del ragazzo al primo pericolo.

“Brandon è il tizio capace di mettersi in mezzo alla strada e costringere le auto a cambiare direzione. – dice Dan, 40 anni, che abita al sesto piano di Malmesbury, proprio sopra l’appartamento incriminato – Una volta era arruolato nella Territory Army, sorta di esercito “preparatorio” all’arruolamento militare, ed è stato cacciato per cattiva condotta”. “La reazione? Furenti, schifati è dire poco. – rincara la dose Jackie Lawrence che vive all’appartamento n°7 di Baldon – Pensare che un ragazzo responsabile dell’assassinio della nonna e della sorella torni a vivere a 50 metri da te non fa un bell’effetto”. “Io non ero a Bethnal Green in quei giorni – mormora con evidente circospezione Ola, 38 anni, di origine caraibica – ma sono rimasto scioccato sapendo dell’accaduto. E’ anche vero che quella di Cyprus Street è una piccola comunità, stretta intorno a gente semplice e riservata. Quando il destino ti prende di mira, come nel caso di Pauline e Shannen, c’è poco da fare. Per tutti gli altri vige la regola del farsi gli affari propri e cercare di vivere al meglio”. La paura scuote le case, ma a quanto pare non ce la fa ad attraversare i Victoria Gardens e la chiesa di St. John, oltre Cambridge Heath Road, fino a Bethnal Green Road, strada maestra che collega il primo margine dell’East end con la City.

“Non ne sapevo niente – dice Sean Pines, che in zona è un apprezzato fotografo – eppure lavoro al numero 320 di Bethnal Green Road da 7 anni. Si tratta di episodi raccapriccianti, che si inseriscono nella cornice di una violenza radicata, tipica dell’east end, da sempre. Venticinque anni fa abitavo a Lower Clapton Road, poco sotto Whalthamstow, dove sto adesso: c’era una gang chiamata ‘Il miglio nero’ (The Black mile) che è arrivata a uccidere un uomo in pieno giorno davanti all’ufficio postale”. Norman Olgia è un fruttivendolo dal viso rosso strapazzato dal vento. E’ di poche parole e sta dietro il suo banchetto, stretto in un gilet verde militare. “Ricordo un incendio qualche mese fa – dice stranito – Morirono due persone. Fu una sigaretta se non sbaglio. In Squires St, qui vicino.”. Non esattamente. Ma evidentemente Bethnal Green Road ha già i suoi problemi: meglio non turbarla con la “lontana” Cyprus Street.

Friday, November 6, 2009

It's so Riise


Dopo tante botte prese, la reazione. Rabbiosa, affamata e con la bava alla bocca: l'equivalente, su un campo da calcio, di un gol che vale la partita, la stagione, il cuore, tra fortuna, estro, magia e sogno. Dopo tanti B-, la LSJ mi premia con un'A scintillante per la recensione della mostra fotografica di Sean Pines a Bethnal Green. Tim Bouquet, mio tutor personale, è abituato a qualcosa di meglio: come molti insegnanti è columnist per diverse testate (Reader's Digest, Sunday Telegraph), è specializzato in inchieste, approfondimenti. Viaggia, incontra, scrive. Eppure ride dove c'è da ridere, corregge l'essenziale e sentenzia: "Gooood!", con il suo accento gommoso e i modi a rallentatore che ne fanno un ottimo levigatore di testi. E' abituato a muoversi, ma forse lo fa senza quell'impiccio che noi italiani conosciamo bene: l'ansia. Per il suo Cold Steel, il libro che ripercorre le fortune di Lakshmi Mittal, leader indiano della ArcelorMittal e quinto uomo più ricco al mondo, ha tenuto qualcosa come 70 interviste, "in Lussemburgo, in Francia, in Italia, in Germania, in India". Era partito da un profilo per il Sunday Telegraph ed è finito col rivoltare mezza Europa "in una storia à la John Le Carrè, che ha coinvolto 6 governi e centinaia di avvocati". Per chi non lo sapesse, Lakshmi Mittal è solo l'ultimo dei rampanti orientali a piazzare le zampacce sui tesori europei: se vi ricordate le teorie cospiratorie che hanno fatto seguito alla morte della principessa Diana, compagna dell'egiziano Dodi Al-Fayed, erede della dinastia Harrods, avrete un'idea di cosa dico. "Il Sun odiava i francesi, parteggiando apertamente per Mittal" dice Bouquet. Harrods, compiti di giornalismo: a volte Londra le prende. Anche sul sopracitato campo da calcio.


E' da poco iniziato il secondo tempo quando entro in un pub di Elgin Avenue per brindare alla mia impresa. Solitaria, come solo è il boccale di birra sul mio tavolo. La 4' giornata del girone E dell'Europa League (vecchia UEFA) vede opposte Roma e Fulham. Kamara segna all'Olimpico: Andreolli lo sdraia, come dirà Il Tempo, provocando un rigore ingenuo.
Poi sotto con gli innesti: Taddei per Cicinho e la Roma mette le ali. I "westendini" un motore lo perdono invece a 5 minuti dal fischio: Nevland falcia De Rossi. Espulso. Comincia un assedio che la curva nord, deserta di tifosi ospiti, ricorderà comunque a lungo. Il computo dei corner passa da 4 - 3 a 11 - 3. Sempre in avanti a testa alta: quanto gli attacchi siano precisi è altro par di maniche. I palloni scivolano sempre sulla sinistra, a sfruttare la torre Okaka, ma è Riise, il folletto norvegese della retroguardia, a "bucare" Schwarzer. Al 23' è l'1-1. Bastano 5 minuti perchè Okaka capitalizzi al meglio un cross di Taddei. Roma batte Fulham 2-1. Ranieri batte Hodgson. In campo anche Marco Cassetti: un bresciano.

Wednesday, November 4, 2009

Tra il Perozzi e Ben Bradlee


Il mondo cambia, l'uomo si adatta. Adesso va il "telecommuting", il lavoro da casa. Il grosso (di quel poco che rimane) dell'industria dei media si mette d'accordo su Skype, si aggiorna via Blackberry, mette insieme i pezzi nello scompartimento di un treno o in aereo. La carta, poi, va via via sparendo e quasi tutto corre sul web. A Londra resistono 69 testate locali, quasi tutte gratuite, di proprietà di 5-6 marchi, legate profondamente ai vari boroughs che ne compongono il tessuto urbano: Hackney Gazette, Greenwich Independent, Croydon Advertiser, Ealing Gazette e così via. La City si sveglia con City A.M.: lo consegnano tanti strilloni mattinieri fuori dalle stazioni di Bank e di Monument, dalle 6 in poi. La staffetta prosegue dalle 12 alle 17 con la prima e (talvolta) la seconda edizione (sempre gratis) del London Evening Standard: una doppia tiratura, come quella di oggi, utile giusto a dare un volto a una delle 5 vittime dell'ultima insensata strage in Afghanistan, affossa i ricavi speculando sull'amarcord. Verso sera spazio al gossip con London Lite. Non manca, nel palinsesto settimanale dell'editoria, Sports, che esce il venerdì. E poi l'immancabile Metro. E non finisce qui. Ad agosto chiuse il London Paper, sorta di London Lite del mattino: un composto "Goodbye!" a firma dell'intera redazione ne annunciò la scomparsa. Era nato nel 2006.

Con una così nutrita flotta di carta, per di più a guadagno zero alla voce "vendite", l'onere delle redazioni a perdita d'occhio, dei branchi di scrivanie, e la tradizione delle luci spente dai tipografi è ormai in soffitta, come tutta quella memorabilia che ancora oggi affolla l'immaginario collettivo, aggrappata a "La Nazione" del Perozzi e al "Washington Post" di Ben Bradlee. Certo le newsroom ci saranno, ci sono. E' morta Fleet Street però: il Sun e il Sunday Times, a quanto pare, stanno a Wapping, ex area dismessa dirimpetto a Bermondsey e ora nuovo quartiere alla moda.


C'è da capirlo: il settore boccheggia a pelo d'acqua, fa del suo meglio per sopravvivere. O, molto più prosaicamente, "'Ndo sta'r sòrdo, uno core" come diceva Gianfranco Funari. Ecco perchè il 50% dei posti di lavoro nella moribonda industria giornalistica britannica è tenuto in vita dalle "trade jorunalism vacancies", i posti nel giornalismo specializzato e di nicchia. Nulla a che fare con l'esegesi di testi polverosi: "nicchia", in questo senso, è ogni area professionale specificamente strutturata, con un suo pubblico scelto e selezionato. Riviste per avvocati, investitori, manager, ma anche casalinghe, viaggiatori, gente in cerca di novità.

James è un editor per una rivista on-line di private banking: mi dà appuntamento alla Patisserie Valerie di Long Acre, al numero 80, poco oltre la stazione di Covent Garden, per offrirmi uno stage di 3 mesi. Ha lavorato alla Reuters e alla JVC. Esther, una sua collega, viene dalla BBC. Hanno studiato entrambi modern languages e ora trattano di banche d'investimento "per clienti multimilionari". A quanto pare, la vecchia abitudine all'adattamento sopravvive. Dopo la Reuters, come molti giornalisti, James si è riciclato nelle PR, evidentemente anticamera del giornalismo da salotto buono. Ricercare, selezionare, capire, verificare, scrivere: cambiano i sistemi e i supporti si aggiornano ma il metodo per fare cronaca o trovare storie è lo stesso. Anzi, forse oggi è una bandiera: "L'obiettivo è approcciare un pubblico di professionisti: per fare questo servono i contatti, le conoscenze, entrare nel giro, adottare il linguaggio, insomma, prepararsi a un altro ambito". E come vanno le cose per gli investitori? "Non ci lamentiamo - mi spiega - siamo una delle poche compagnie ad essere sopravvissute". Un racconto che passa di bocca in bocca. "Cina e India tirano ancora: in Europa lavoriamo con tanti clienti, specie in Svizzera e Uk, ma anche Italia". Fa il nome di Unicredit, dei Monte Paschi di Siena. Arriva ad accennare anche un Giuseppe qualcosa, riferendosi probabilmene a Mussari, presidente del banco senese. "La più antica banca del mondo" chiosa eccitato. Per una volta l'Italia evita le cronache da pizza e Berlusconi: evidentemente si è perso il ricordo del "previo accordo apicale" tra la Unipol di Giovanni Consorte e la Fondazione Mps che portò alla condanna in primo grado del direttore Emilio Tonini, nel 2007. Ma oggi qualcosa nella City si muove: "Natale è alle porte e gli impegni sono raddoppiati - confida sfinito - a volte ci sono otto meeting in un giorno". Le cifre dell'ufficio statistica nazionale sull'andamento negativo del terzo trimestre non lo spaventano: un -0,4% intorno al quale, tra le altre cose, divampano le polemiche dei consumatori, scioccati dai bonus da 6 miliardi di sterline complessive che i manager incasseranno tra un mese. David Cameron ha esortato a impiegare le risorse nel sostentamento delle piccole imprese. Ricchi e poveri, insieme, a metà strada. C'è già chi si mette una mano sulla coscienza e dà l'esempio. Arriva il conto. Paga James.

Tuesday, November 3, 2009

Il buono, il brutto, il cattivo


L'annuncio mette i brividi. "Le luci più belle di sempre nella storia di Londra" strilla un enfatico Metro a pagina 8. Roba forte insomma. Un evento gonfio di attesa e aspettative come solo SoHo sa lanciare. La big thing è la diffusione di "A Christmas Carol", remake tutto luccichii del classico natalizio di Charles Dickens. La versione di quest'anno, nei cinema dal 6 novembre, prevede Jim Carrey nella parte di Scrooge, poi Colin Firth (il britannicissimo fidanzato di Bridget Jones) e Bob Hoskins (Hook Capitan Uncino, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, il Papa Buono). Alle 17 (5PM) è prevista la partecipazione in simultanea dei tre attori su tre palchi diversi, montati a distanza per coprire le zone nevralgiche del centro: Colin Firth a Regent Street, militarizzata come Beirut, Jim Carrey a pochi passi, a Oxford Circus, e Bob Hoskins a St. Paul. Il ritrovo è per le 4.30. Introdotti da un esagitato Toby Anstis calcano il palco i Noisettes (in playback) e nientepopodimeno che Daniel Merriweather, con la sua "Red". Negli stacchi la fanno da padrona Paul McCartney e Band Aid. Ore 16.45: "Ok, siete pronti? - si scatena Anstis - Voglio sentire l'entusiasmo più grande di sempre". Ore 16.50: "Ok ci siamo, ci siamo!" recita con evidente orgasmo. 16.55: "Dovrebbe essere qui tra poco!!". Alle 17 Colin Firth sale sul palco, bofonchia qualcosa mentre Anstis sprona un cavallo morto. Saluta e se ne va. Le luci si accendono, la gente è contenta e, chiusa Oxford Street, sciama verso Piccadilly. Negli anni ci sono stati vari adattamenti: tra cinema, teatro, radio, Tv, opera e registrazioni varie Wikipedia conta 108 tentativi. Quest'anno è l'anno buono, me lo sento.

Monday, November 2, 2009

Le anime belle di Parfett street


Il circondario che alla notte fa festa si risveglia con l'emicrania e coi postumi martellanti. A qualcuno tocca pulire. A capo chino, in grisaglia color carota, un indiano (sempre loro, nel bene o nel male) spazza le foglie tristi e le cartacce di caramello, di riso soffiato, i bicchieri trafitti dalle cannucce, le bottiglie di birra lungo i viali, riverse, esauste dopo tanto bere. Gli indiani sono una parte consistente della comunità e del paese. A Londra non c'è filiale della Barclays che non si avvalga dei loro servigi. Sono coriacei, vanno al sodo. Sorridono poco e parlano diretto. Il "nitty-gritty" come lo chiamano qui. L'inglese medio, quando và bene, è un lungagnone algido, senza cravatta e zaino in spalla anche se lavora a Fenchurch Street. Quando và male è duro d'orecchio sulla decolonizzazione. Fatica a capire che l'universo non è più Albio-centrico. Gli stronzi comunque non hanno bandiera. Alessandro è alto e snello, viene da Verona e come molti ragazzi ha voglia di lavorare, di svoltare. "O lo facevo adesso o non lo facevo più". Ventisett'anni non sono uno scherzo per chi ha lavorato poco e male e deve arrampicarsi su decenni di contributi. Và a scuola di inglese, a Regent Street, nella Londra per turisti, dove "quod non est in vetrina, non est". Topshop, tre o quattro Zara, e poi l'arcipelago delle sigle: H&M, M&S, HSBC. E' un veronese pratico e sveglio, che non cerca guai: "Al casino sono abituato - dice - ma se mi mettono le mani addosso finisce male". Un buon deterrente: a quanto pare nessuno prende l'iniziativa. Claudia è una receptionist d'hotel, nell'elegante Battersea. "A Spoleto và bene vivere da bambino e da vecchio", dice. Insomma, tenersi occupati per quei 40 - 50 anni di mezzo è dura. "Vivevamo in 16 a Edgware Road: niente feste nè rumori, pena le rogne col landlord (il padrone di casa, nda). Ma tu dimmi che senso ha 'non fare rumore' in 16, ma come fai? Basta sovrapporre i turni della cena e si finisce col trovarsi tutti in cucina. E a quel punto scatta la chiacchiera, l'happening". Scattano anche i nervi: "Vado via dopo che per ogni turno di pulizia dei piatti si arrivava alla discussione". L'appartamento era calibrato per 5 o 6 persone al massimo: è arrivato ad accoglierne 16, come una madre amorevole, nel caldo abbraccio di pazienza e tramezze. Ottanta pound per un letto, e poi le liti: chi dorme da una parte ma ha il moroso dall'altra. Chi vuole vedere un film su internet e chi vuol dormire: ogni Grande Fratello ha le sue coppie, anche senza telecamere. Una macchina ha i vetri rotti, prima di sera viene prudentemente coperta: l'essere umano dà il meglio di sè nell'emulazione. Una bella BMW Z4 (a Whitechapel?) mostra uno squarcio sulla fiancata. Così, con ostentazione, come le cicatrici per un soldato. O un bell'ASBO per un teppista.

Sunday, November 1, 2009

La barbarie inizia in casa


Nella lingua del posto, "to settle" significa sistemarsi, ma anche calmarsi, fissare, risolvere, un senso ancor più "statico" se accoppiato a una preposizione. "Settle in" sta per ambientarsi, "settle up" regolare i conti, e poi il mio preferito, "settle down", sistemarsi, nell'accezione più patriarcale del termine: Cat Stevens e Bruce Springsteen ne esplicitarono il senso in due ballate, Father and Son e Stolen Car. Ma a dispetto del nome, non c'è proprio di che fare il nido in "Settles street", affluente mancino di Commercial road e link naturale a Fieldgate street, alle spalle della Moschea dell'East London. Di notte, il quadrilatero di Myrdle, Settles, Fordham e Fieldgate, alle spalle di Whitechapel road, si riempie di vita. Quella sbagliata. "Non parlate mai con i ragazzi che stanno per strada, non avvicinateli e non incrociate mai il loro sguardo - avverte nel suo inglese secco e nervoso il padrone di casa, un indiano piccolo e pulito giunto a Tower Hamlets nel 1978 - e soprattutto, non intimate loro di fare meno chiasso". C'è chi se l'è vista brutta. L'indiano, Shafi, racconta che tre anni prima Andrew, un inquilino, reagì agli schiamazzi. "Sfondarono la porta e vennero su in venti, e poi lo pestarono". Ancora, una ragazza italiana fu costretta ad andarsene dopo aver dato l'idea "di essere una prostituta, cosa che probabilmente era". Nel rincasare si perdeva in convenevoli. "Come on, have a shag ('Forza, facci scopare')" fu l'oscenità più ripetuta al citofono da un manipolo di loro, una notte. L'impressione è che, da lavoratori operosi, Shafi e il suo "brother", fratello senza legami di sangue, raccolgano gli affitti di diversi immobili tra locali e negozi della zona: hanno una rendita e sono qualcuno. Ma le proprietà non bastano: "Abbiamo provato a dir loro di abbassare il volume delle radio, e della voce, ma non c'è nulla da fare. Nessuno vuole esporsi. Se qualcuno di loro dovesse lanciare un petardo verso una finestra e fare danno anche senza provocazione, bisognerebbe chiamare la polizia, passare all'identificazione. Ma come fai a identificare il colpevole in un gruppo da venti, salvo che il gruppo sia ancora reperibile all'arrivo della volante? E una volta indicato il colpevole, gli altri 19 come credi che reagiranno?".

I ragazzi sono tutti tra i 16 e i 21 anni. La pelle è scura, retaggio delle discendenze indiane, afghane, pakistane, cingalesi, in gran parte musulmane: solo questi ultimi compongono il 36% della popolazione di Whitechapel. Girano in magliette bianche attillate, tipo D&G, jeans oversize, cappellini hip hop con la becca dritta, sulla tre quarti. Il loro tono di voce è alto anche per un italiano come me. Indossano giacche a vento nere, piumini fuori stagione, e "hoodies", felpe col cappuccio, per sgusciare nell'ombra. Il loro vandalismo è molesto perchè stupido: qualche settimana fa, in preda a un'incontenibile febbre da Capodanno, qualcuno di loro ha pensato bene di darsi ai fuochi d'artificio, all'una del mattino. Effetto Baghdad. Appena trasferito, sono stato testimone quasi diretto di un incidente stradale, uno dei più idioti mai visti: stretta troppo una curva, una Golf blu guidata a briglia sciolta ha tamponato un'auto. Parcheggiata. Una monovolume Renault, fuori dal collegio femminile. Risultato: una fiancata squarciata, una gomma a terra, qualche fanale in meno. Alcuni di loro questa sera si ritrovano sotto casa mia per un simposio. La voce è alta come sempre. Sono sicuro che lo sanno, da sotto la finestra della mia stanza.

Saturday, October 31, 2009

Diario di una crisi


Mi chiedo ancora come si faccia a subire il fascino di Londra. Me lo chiedo dall'Italia, prima, dove i sorrisi e la cucina di casa vincono facile. Me lo domando poi sulla navetta che mi porta dalla fusoliera del mio volo alle dogane, per i controlli di rito. Stansted è una piccola località un po' fuori mano: se puntate al suo aeroporto per arrivare in città le prime case e strade che vedrete spuntare dalla nebbia della M1, dai finestrini del bus, dopo una buona quarantina di minuti, saranno quelle dell' east end e del suo squallore moderno. Le tangenziali fasciano i palazzi, i casermoni e gli isolati di Bromley, Bow Road, Stepney Green, stazioni della district line che segnano il passaggio metropolitano. Si attraversano queste zone per arrivare a Liverpool Street, uno dei tanti centri nevralgici ferroviari nonchè atrio della City finanziaria. La tratta per Victoria station, invece, dall'altra parte della città, nel quartiere di Belgravia, poco sopra il Tamigi, presuppone un tour più classico: Baker street, già cuore del centro vittoriano e "casa" di Sherlock Holmes, e poi Marble Arch, Hyde Park corner, a due passi da Grosvenor Square, manco a farlo apposta altra dimora letteraria: lì Oscar Wilde ambientò parte del suo "Marito ideale". Il "passaggio a nord est" finisce invece col tagliare la linea verde, la district, e il suo instancabile percorso che da Upton Park, covo del West Ham (e del suo temibile tifo organizzato) và a morire chilometri più in su, quasi a ridosso dell'Essex, ad Upminster, da dove partono le ultime coincidenze. I primi canali, figli bastardi del fiume acquattati tra i council estates, sono le oasi nel deserto di chi è in cerca di civiltà: manco a farlo apposta con loro spuntano anche le case che albergano in ogni immaginario inglese comune: mattoni rossi e stucchi bianchi, sporchi di fuliggine e nebbia, i due-tre scalini al portone principale, le finestre luride di polvere (perchè tanta ostinazione nel bandire tapparelle e imposte?), le foglie sui viali, la vita che scorre. Bethnal Green accoglie i bus come una madre il proprio figlio, sulla porta: una distesa di Landbroke, case da scommesse, pub un po' retorici (The Hart, O'Neill's, White Lion, Green Lion), Tesco, chioschi di pollo fritto, Burger King. Poi i grattacieli: Royal Bank of Scotland, HSBC, Lloyd's. Un milione di possibilità comunque, anche se disilluse dalla crisi e dal credit crunch. Ma la notte la luce degli uffici è ancora accesa. Meglio di niente, per continuare a crederci.

Sunday, October 18, 2009

Mai a ovest di Paddington


Rientrare dalla porta dimenticata alle spalle, sbattuta in malo modo senza pensarci troppo, non è mai piacevole. Gli uscieri sulla soglia vestono ghigni beffardi. I modi sono aristocratici ma senza nobiltà. Fuori dal ristorante "Umiltà" ricevono gli ospiti, tutte facce note, assicurando che ci sia sempre posto per tutti.

Con l'età il peso degli errori si fa determinante, reclama spazio (che spesso ottiene), fino a ottenere il controllo quasi esclusivo su logica e ragione, cui è dato il compito di pianificare le scelte future. Parallelamente, la percezione della nostra esistenza si fa più pratica, ricordandosi di "quegli" errori un minuto prima degli scrutini: ecco allora che la ragazza lasciata la vigilia di Natale scorsa o quella cui si è risposto male una volta per tutte diventano occasioni perdute di vita. Il lavoro piantato lì su due piedi, opprimente tomba di aspirazioni, si fa d'un tratto una miniera di opportunità o, quantomeno, un sicuro porto d'approdo. Se è vero che il valore di certi uomini (se non tutti) si misura dalla consistenza delle loro azioni, o in termini più spicci dai risultati ottenuti, giunge il momento in cui la stessa disciplina ricade su noi stessi. Si chiama vecchiaia e fa schifo.

Sunday, October 4, 2009

Les èmotions

I miss her. Her curves, her grace, her hips. Since I moved to London everything seems to remind me about her, the nights spent together, the dance, any sweet moment shared. Once I would walk into my room and barely drop my bags, my clothes or whatsoever and we'd be at once together in a sort od mystic legacy that would bound each other for hours, days also. Now I got a sort of replecement which doesn't work: I mean, folk guitars are good if you wanna strum some old Dylan stuff swaying under a tree, but they don't have anything of my sweet Les Paul, which apparently's being stuck and locked inside her case since my departure, two months ago. Now, everytime I hear some rhythm and shaky music I'd just wanna grab her and dance about with it. I need to get her. Oh yes, and to get a LIFE, also. Sure.

Saturday, October 3, 2009

Songs for life


They are faithfull, loyal and tend to show up in the hardest moments of your life, always close to you just to remind you they're gonna stand by forever. Yes, for when they get old (but far from being old fashioned, though) they can be "moved" to a better place to join a brand new life. In a digital way. As times get tough and roads get rough you can always rely on your favourite songs: apart from real people and real fellings (as far as you can unequivocally define what's real and what's not) they're the best pals you can trust, especially when you're down. If it's true that "a friend in need is a friend indeed" it's just in the hard times you can find out if someone's a real friend or simply a "pub mate" to share ales with. Like for women and for sex, but that's another point. Take Bruce Springsteen's "Meeting across the river": it's a stunning and unfairly underrated chip from his 1975 masterpiece "Born to run". Its grace and innocence just vanish once put next to such immortal milestones as the title track or the heavenly "Thunder Road", but still "Meeting" tells something unheard all along the record, with its comforting and reassuring trumpet lines, sounding perfect on a lonely night. There again anytime you want it, cos, you know, it won't ever get busy, or married or have children, or whatever.

Friday, October 2, 2009

When it comes to feelings


I'm almost scared and frightened to write what I'm about to write. Because when it comes to feelings, you never know what the reader's gonna do, especially on a blog, where it can be anyone (your father, as well as the girl you had a crush on in 3rd grade).
"They call it mission statement. Not a memo. A mission statement", and unfortunately the only person whom ..ehm..I know to have put down such things in this way was the 1996 fiction sport agent Jerry Maguire, impersonated by Tom Cruise in the Cameron Crowe's movie. And everyone knows how it ended. Jerry was fired and had to start all over again.
Ok, here's my mission statement: probably, BILLY JOEL WAS NOT SO BAD. Or better: what about that Christopher Cross? He might've had just one good shot, back in 1980's, with the "Arthur's" theme, but why shouldn't I give him a chance? Just because I got a rucksack pretentiously named "The Libertines" after the graffiti on it? As I already mentioned, it's not easy living on your own, in a strange town such as London. Many tough times to be faced, and many dull moments. Struggling not to drown, not to collapse under the weight of responsibilities. You're alone, you're this, you're that..ok ok I think all you guys got the picture (hey! and by the way this ain't a Charles Dickens' bloody carol..cut it out!). Music can be a soundtrack for quite all your best and worst moments, and I shouldn't be afraid (or ashamed) to try something else. Something new, or something old and left behind which turns out new. Sorry Johnny, this is the party of misery and you, you're unasked.

Thursday, October 1, 2009

Then it happened. Again.

Forget Woody Allen and quotes such as "He adored it, he idolized it all out of proportions". Blablabla. No "Manhattan" romance, nor 59th Street Bridge shootings have paved my way so far in this town. Firstly because I didn't decide to move to New York: I picked London instead. Besides, no need to say this city didn't welcome me in the best way. No job, loneliness, hard study. Oh yeah, and no girls, for sure. No time for them anyway. But the worst's still to come: I can still see myself wandering all across the town, dropping CV's (no one's gonna read them!!) from door to door, asking for a vacancy. And then, that on-going galling refrain..."Mmh....well, we don't have a vacancy at the moment, but we'll keep your CV with us. GOOD LUCK". Hideous. Teaasing, isn't it? But then it happens again. Here you are, all along one out 12(??) or 13(??) bridges binding the Thames to its bed. You're freezing, not for the weather, which is still quite warmy indeed, but because you're shocked by the the wind blows, sneaking underneath your hoodie. And you just see it. The sun in every fade of red, in its ever chaging overtones, minute by minute, seconds by seconds. You turn round, the London Eye on your right, St. Paul's yawning, set up to get to sleep, on your left. Life within. And a smile on your face, stretching those muscles you forgot you had.